Andrea Vendrame
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A fine lockdown ci pareva di poter cogliere l’occasione per sdoganare la bicicletta, ed innalzarla al ruolo di unico mezzo di redenzione, per quest’umanità in crisi, inquinata dalle auto e dalle cattive abitudini, acquisite in questi anni.
Purtroppo il processo pare ancora lungo a venire, ed anzi ciò che sta emergendo è una maggior intolleranza verso le due ruote e chi le cavalca, che ad oggi rimane un soggetto debole, ma soprattutto un bersaglio facile.
Il ciclista ingombra, barcolla, non tiene una linea precisa, perché vento, buche ed altre variabili ne rendono indecisa la traiettoria, con singulti di rabbia per l’automobilista che sopraggiunge.




Certo, ci sono anche quei ciclisti che ritengono che il loro momento di gaudio debba trovare approvazione e consenso da parte di tutti, compreso l’automobilista, quello di prima, che sopraggiunge, e che tutto può tollerare fuorché due ciclisti alla chiacchera che invadono la SUA sacrosanta corsia.
Questi banali alterchi scatenano reazioni da film western, con autentici duelli da saloon, pugni e aggressioni al ciclista maleducato o semplicemente al ciclista, per il solo fatto che è ciclista e toglie spazio prezioso.
Ci è toccato intervenire, legalmente, per difendere un atleta che di mestiere fa il ciclista, parliamo di Andrea Vendrame, vittima di un’aggressione che avrebbe potuto avere esiti ben più drammatici.
Andrea è salvo grazie alla sua destrezza in bici, mentre l’aggressore è stato individuato grazie alla prontezza del corridore, rapido nel fermarsi, estrarre il cellulare e filmare il delinquente che era già saltato in macchina per darsi alla fuga.
Ancora peggio il video pubblicato in questi giorni dalla Gazzetta dello sport, che ritrae una crudele ed inaudita ferocia di un automobilista verso un ciclista, sul quale infierisce con calci e pugni nonostante il ciclista a terra!
Questi fenomeni vengono pubblicati sui social per condividerne la disapprovazione, ma poi fanno emergere una ulteriore realtà, una categorie di persone impropriamente catalogata sotto la definizione “leoni da tastiera”, che incitano alla violenza, ad infierire, a condividere, minacciando e insultando con la stessa crudeltà dell’aggressore ripreso nel video di turno.




Riproponiamo una breve sintesi di questa nuova fattispecie di reato, ultima novità del costume generale:

MINACCIA SUL SOCIAL


Qualche Giudice si è già preso il disturbo di punirne i colpevoli, con condanne piuttosto esemplari, per dare un messaggio forte, perché la tolleranza di queste condotte potrebbe portare a conseguenze ben più gravi di una semplice discussione virtuale…sono i cosiddetti “reati di pericolo” e in quanto tali vanno immediatamente puniti e bloccati sul nascere.
Questi i reati ipotizzati:

1) diffamazione aggravata ai sensi dell’articolo 595 codice penale (III comma): chiunque, comunicando con più persone offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro;

2) minaccia: ai sensi dell’art. 612 codice penale chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a euro 1.032.

I CONSIGLI

Salvare tutto con dei semplici screenshot.
Queste immagini saranno le prove del reato una volta presentata la querela.
Utile anche fare lo screen del profilo del leone da tastiera.
Non cedere alla tentazione di rispondere con gli stessi toni.
Ci sono siti dai quali è possibile scaricare il contenuto della pagina incriminata, così da costituire una prova inconfutabile da utilizzare anche qualora la difesa del denunciato tenterà di disconoscere la pagina.


Questi i siti:

https://www.hashbot.com/
http://www.fawproject.com/



LA QUERELA

questi reati sono a querela di parte, vale a dire che non l’attività giudiziaria viene azionata proprio dalla parte lesa o ritenuta lesa(il termine è di 90 giorni dal fatto).
La querela può essere presentata in qualsiasi stazione dei Carabinieri, commissariato di Polizia o tramite un Avvocato, dettagliando il più possibile e chiedendo di essere informati circa l’esito delle indagini, e di essere avvisati qualora il procuratore intenda procedere con l’archiviazione.


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